Larazotide 20 mg – Peptide di ricerca
Larazotide acetato – Peptide di ricerca per la barriera intestinale e le giunzioni strette
Panoramica
Il larazotide acetato (AT-1001) è un peptide sintetico di 8 aminoacidi (sequenza: Gly-Gly-Val-Leu-Val-Gln-Pro-Gly; GGVLVQPG) studiato in modelli di ricerca sulla regolazione della barriera intestinale e sulla dinamica delle giunzioni strette epiteliali.
È comunemente citato in studi che esaminano le vie di segnalazione associate alla zonulina e i meccanismi molecolari che influenzano la permeabilità paracellulare all’interno dell’epitelio intestinale.
A differenza di molti peptidi con attività sistemica, il larazotide è progettato per agire principalmente nel lume intestinale, dove interagisce localmente con i processi di segnalazione della barriera epiteliale.
Meccanismo molecolare d’azione
Il larazotide è studiato come antagonista competitivo della via di segnalazione della zonulina, un sistema regolatorio coinvolto nella modulazione della permeabilità delle giunzioni strette epiteliali.
Cascata di segnalazione associata alla zonulina
Nei modelli sperimentali, la permeabilità intestinale può aumentare quando la zonulina viene rilasciata dagli enterociti in risposta a stimoli ambientali come prodotti microbici, citochine infiammatorie o alcuni peptidi alimentari.
La via procede attraverso diversi passaggi:
Rilascio della zonulina
Alcuni stimoli luminali attivano la segnalazione CXCR3-MyD88 negli enterociti, portando alla secrezione di zonulina (prehaptoglobina-2) nel lume intestinale.
Interazione con i recettori
La zonulina si lega ai recettori sulla membrana apicale degli enterociti, in particolare al recettore attivato da proteasi-2 (PAR2), che può successivamente transattivare il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR).
Attivazione della segnalazione intracellulare
Questa interazione attiva la fosfolipasi C (PLC), portando a:
- segnalazione IP3 e DAG
- mobilizzazione intracellulare di Ca²⁺
- attivazione della proteina chinasi Cα (PKCα)
Rimodellamento del citoscheletro
La segnalazione a valle promuove:
- fosforilazione della catena leggera della miosina (MLC) tramite le vie MLCK/ROCK
- contrazione dell’anello actomiosinico perigiunzionale
Riorganizzazione delle giunzioni strette
Questo processo può portare alla redistribuzione di proteine chiave delle giunzioni strette, tra cui:
- ZO-1
- occludina
- claudine
- E-caderina
Le modifiche strutturali risultanti possono aumentare la permeabilità paracellulare, consentendo il passaggio di macromolecole o antigeni luminali attraverso la barriera epiteliale.
Risultati da modelli cellulari ed sperimentali
Nei modelli cellulari epiteliali comunemente utilizzati (inclusi Caco-2, MDCK, IEC-6 e organoidi intestinali), l’esposizione al larazotide è stata associata a cambiamenti misurabili negli indicatori della funzione di barriera:
- aumento della resistenza elettrica transepiteliale (TEER)
- riduzione del flusso paracellulare di macromolecole (es. FITC-destrano)
- mantenimento della localizzazione delle proteine delle giunzioni strette in condizioni infiammatorie o di stress
Questi risultati hanno posizionato il larazotide come un composto frequentemente utilizzato negli studi di laboratorio che esplorano:
- regolazione della permeabilità intestinale
- dinamica della barriera epiteliale
- interazione immuno-epiteliale a livello delle superfici mucosali
Contesto di ricerca: barriera intestinale e segnalazione immunitaria
L’integrità della barriera epiteliale intestinale è sempre più studiata come un’interfaccia importante tra esposizione microbica, segnalazione immunitaria e vie infiammatorie sistemiche.
La letteratura sperimentale ha esplorato se la modulazione della permeabilità epiteliale possa influenzare:
- traslocazione di antigeni microbici
- segnalazione delle citochine
- traffico di cellule immunitarie dall’ambiente intestinale
Studi su modelli animali che indagano condizioni autoimmuni e infiammatorie hanno riportato che il ripristino dell’integrità della barriera epiteliale può influenzare le risposte immunitarie sistemiche, inclusa la modulazione delle popolazioni di cellule T e delle vie di segnalazione infiammatoria.
Il larazotide è quindi studiato in contesti di ricerca focalizzati sulle interazioni dell’asse intestino-sistema immunitario e sulla regolazione della barriera epiteliale.
Contesto di sviluppo clinico
Il larazotide acetato è stato studiato in diversi programmi di ricerca clinica che esaminano la modulazione della permeabilità intestinale.
Gli studi clinici hanno principalmente esplorato il larazotide in contesti che includono:
- disfunzione della barriera epiteliale
- risposte di permeabilità indotte dal glutine
- ambienti intestinali infiammatori
Negli studi pubblicati, il larazotide ha mostrato un profilo di sicurezza favorevole e un meccanismo d’azione localizzato, coerente con il suo design come peptide limitato al tratto intestinale.
Il composto rimane sperimentale ed è oggetto di ulteriori studi in diversi programmi di ricerca sulla biologia della barriera epiteliale.
Caratteristiche molecolari
Sinonimi: larazotide acetato, AT-1001
Sequenza peptidica: Gly-Gly-Val-Leu-Val-Gln-Pro-Gly (GGVLVQPG)
Formula molecolare: C₃₂H₅₅N₉O₁₀
Peso molecolare: ~725.8 g/mol
CAS: 258818-34-7
Strutture:

Uso del Prodotto
Questo articolo è fornito esclusivamente per scopi di ricerca.
Conservazione dei Peptidi
Tutte le informazioni fornite da PRG hanno finalità esclusivamente educative e informative.
Buone pratiche per la conservazione dei peptidi
Per mantenere l’affidabilità dei risultati di laboratorio, è essenziale conservare correttamente i peptidi.
Condizioni di conservazione adeguate aiutano a preservarne la stabilità per anni, proteggendoli da contaminazione, ossidazione e degradazione.
Sebbene alcuni peptidi siano più sensibili di altri, seguire queste linee guida permette di prolungarne significativamente la durata e l’integrità strutturale.
Conservazione a breve termine (da giorni a mesi)
Conservare i peptidi al fresco e protetti dalla luce.
Temperature inferiori a 4 °C sono generalmente adeguate.
I peptidi liofilizzati possono rimanere stabili a temperatura ambiente per alcune settimane, ma la refrigerazione è comunque preferibile se non vengono utilizzati subito.
Conservazione a lungo termine (da mesi ad anni)
Conservare i peptidi a –80 °C per la massima stabilità.
Evitare congelatori no-frost: i cicli di sbrinamento possono causare variazioni di temperatura dannose.
Ridurre i cicli di congelamento–scongelamento
Ripetuti cicli accelerano la degradazione.
Suddividere i peptidi in aliquote prima della congelazione.
Prevenire ossidazione e danni da umidità
I peptidi possono essere compromessi dall’esposizione all’aria e all’umidità — in particolare appena rimossi dal congelatore.
Lasciare che la fiala raggiunga la temperatura ambiente prima di aprirla per evitare condensa.
Tenere i contenitori chiusi il più possibile; se disponibile, richiuderli sotto gas secco e inerte (azoto o argon).
Amminoacidi come cisteina (C), metionina (M) e triptofano (W) sono particolarmente sensibili all’ossidazione.
Conservazione dei peptidi in soluzione
I peptidi in soluzione hanno una durata molto più breve rispetto alla forma liofilizzata e sono più soggetti a degradazione batterica.
Se necessario conservarli in soluzione, utilizzare buffer sterili a pH 5–6.
Preparare aliquote monouso per evitare cicli ripetuti di congelamento–scongelamento.
La maggior parte delle soluzioni peptidiche resta stabile fino a 30 giorni a 4 °C, ma le sequenze più sensibili devono rimanere congelate quando non utilizzate.
Contenitori per la conservazione dei peptidi
Scegliere contenitori puliti, integri, chimicamente resistenti e della dimensione adeguata al campione.
Fiale in vetro: offrono chiarezza, durata e resistenza chimica.
Fiale in plastica: polistirene (trasparente ma meno resistente) o polipropilene (traslucido ma resistente ai reagenti).
I peptidi spediti in fiale di plastica possono essere trasferiti in vetro per conservazioni prolungate.
Regenesis Peptide – Suggerimenti rapidi per la conservazione
Conservare i peptidi in un ambiente freddo, asciutto e buio
Evitare cicli ripetuti di congelamento–scongelamento
Minimizzare l’esposizione all’aria
Proteggere dalla luce
Evitare conservazioni prolungate in soluzione
Suddividere in aliquote secondo le esigenze sperimentali